AKIRA KASAI
Il
corpo tra l'intenzione e l'azione nella danza anarchica
dell'angelo bianco giapponese
Festival
Buto Trasform'azioni, Teatro Furio Camillo di Roma, 23-24
Aprile
Lo
chiamano l'angelo bianco. Ma i suoi maestri sono gli eretici
d'ogni tempo. A cominciare da Eliogabalo, campione di delitti,
turpitudini e crudeltà, sacerdote e depravato, ermafrodita
per mano di un medico di Alessandria con la passione per
le donne e i cocchieri, imperatore dio a quattordici anni,
sgozzato e gettato nelle latrine a diciotto dai suoi stessi
soldati.
Perché se la danza Buto è nata in Giappone
alla fine degli anni cinquanta, per Akira Kasai è
stato soltanto un caso. Il suo spirito viveva già
nella decadenza del basso impero, ha alimentato i sabba
medievali e le visioni di Artaud, De Sade e Lautrèamont,
la danza di Nijinsky e quella di Isadora Duncan. Esiste
sempre nella violenza e nell'erotismo, nella crudeltà
e nel desiderio che spingono il corpo a inabissarsi nella
materia per afferrare l'essenza della vita.
Cresciuto nel Dopoguerra, negli anni dell'università
voleva fare l'attore. Si ritrovò invece a studiare
yoga, aikido e danza:espressionista, classica, tradizionale
giapponese. A vent'anni partecipò ai primi "dance
experience" di Tatsumi Hijikata e sperimentò
un modo di percepire il corpo senza più tecniche
e regole, facendosi preda degli istinti più neri
e incontrollati.
Aprì una scuola, la "Casa degli angeli"
e ,incapace di tenere insieme la sua attività artistica
e la sua vita quotidiana, abbandonò le scene trentenne
per trasferirsi in Germania a studiare l'Euritmia alla scuola
di Rudolf Steiner. Prima che tornasse sul palcoscenico sono
passati 14 anni. Ma il ritorno è stato un trionfo.
Non
c'è altro sbocco che la pazzia.
Sessant'anni,
gli occhi sempre spalancati di stupore di fronte all'esistenza
e un corpo da ragazzino agile e scattante, Akira Kasai non
si allena, ma insegna tutti i giorni dalle nove di mattina,
alle dieci di sera. Quando comincia le prove per i suoi
spettacoli.
A Roma ritrova gli antenati e non è affatto sorpreso
di scoprire una giovane generazione italiana che si è
lasciata adottare dalla danza giapponese. Ragazzi sulla
trentina che hanno messo la laurea in un cassetto, abitano
stanze in affitto e comprano vestiti al mercato, s'improvvisano
guardiani di bambini e accompagnatori di ciechi, artigiani
e muratori, assistenti sociali e massaggiatori. A patto
di poter danzare. Sia pure per le strade, nei parchi, in
teatri umidi e piccoli. A loro spiega che c'è una
grande differenza tra ciò che il corpo vuole fare
e ciò che realmente esegue nell'azione. Come due
amanti che nell'amplesso perdono ogni controllo, tra l'intenzione
e l'azione esiste una sorta di vuoto che rappresenta ancora
una possibilità conoscitiva. E' la che il danzatore
vuole trasportare il suo pubblico. E' una zona di crisi
dove ogni equilibrio viene compromesso. Sentire lo stomaco
nel momento in cui viene stretto dai morsi della fame e
invece di mangiare un piatto di spaghetti assaporare la
consapevolezza di un organo posizionato in un punto in cui
normalmente non si ha coscienza. Decifrare la memoria del
corpo per conoscere la vita dall'interno e allenarsi a danzare.
Che vuol dire esserci con la pienezza di tutti i sensi.
Imparare a trasferirli alla materia:
saltare nell'acqua e smettere di respirare per sentirsi
un pesce. Sperimentare la crisi anche se il corpo può
esserne distrutto. Perché l'arte acquista valore
solo quando si nutre d'impossibile.
Kasai danza l'anarchia e sogna un mondo ideale ispirato
a Fourier e Bakunin. Quando si muove, testa cuore spirito,
ogni cosa segue un suo ritmo. E' così che distrugge
l'idea di una società che vuole regolare individui
capaci di funzionare in modo indipendente. Ognuno stabilisce
col mondo una relazione equivalente a quella che stabilisce
col proprio corpo. Per il danzatore il copro è anche
il suo lavoro. Se affronta questo lavoro senza compromessi
non c'è altro sbocco che la pazzia. E' Nijinsky.
Se mantiene la mente vigile può cercare qualcosa
di neutro dentro se stesso che non è "io",
né "tu", né "lei", ma
una quarta persona che porta con sé la storia dell'umanità.
Allora può oltrepassare i confini dell'abitudine
e del buon senso per avventurarsi nell'ignoto.
IL
FOGLIO QUOTIDIANO
Sabato 24 Aprile 2004-08-30
(Maria
Pia D'Orazi)