BUTOH: AL FURIO CAMILLO LA DANZA DEL SOL LEVANTE

Ad Aprile il Teatro Furio Camillo è tornato ad accendere i riflettori sull'arte coreografica mettendo in scena la terza edizione di Trasform'Azioni, pregevole rassegna di danza Butoh organizzata dalla compagnia Lios.
Dieci giornate - dal 14 al 27 aprile - durante le quali le esibizioni di artisti di fama internazionale come Masaki Iwana, <padre spirituale> di tanti performer Butoh residenti a Roma, o la danzatrice Yoko Muronoi, tra i nomi di punta della danza del Sol Levante, si sono affiancate a quelle di giovani performers italiani ed europei.
In scena le creazioni coreografiche di Moh Aroussi (Un jour aprés la vie), Marie Thérèse Sitzia e Valentine Mirage (Garten Nachts) Alessandro Pintus (S'Ard, su ohi de s'accabadora), Gianni Staropoli (Profughi, danzato da Alessandra Cristiani e Samantha Marenzi), Francesca Proia (Svankmajer solo), Stefano Taiuti (Sybill), Maddalena Gana (Forme sonore), Samantha Marenzi (Mastico cenere), Flavio Arcangeli (Composizione con rosso; la speranza di un condannato a morte), Alessandra Cristiani (Io è un altro), Manuela Giovagnetti (In distanza).
Un'edizione caratterizzata da un'impronta fortemente sociale, in cui hanno prevalso i temi della guerra, del dolore dei prigionieri, dei profughi, dei bambini martoriati dalle mine anti-uomo. Ma c'è stato spazio anche per un lavoro sul tema dell'identità sessuale (Sybill, di Stefano Taiuti), giocato sulle fascinazioni visive del mondo di Mishima e Jean Genet; o per una ricerca sul recupero delle tracce originarie della danza, tema che ha caratterizzato la performance di Alessandro Pintus. Il Maestro Masaki Iwana ha onorato la rassegna danzando l'amore nella stupenda Floating atop a hesitant heart.
La manifestazione ha ospitato anche un assolo di danza contemporanea, Linea d'ombra, raffinata performance di Giuseppe Asaro su disegno luci di Laura Aite, artista la cui passata collaborazione con Fabrizio Crisafulli ha lasciato tracce intense e preziose.
Ha completato il quadro degli ospiti il poeta-attore-danzatore Marcello Sambati, che ha dato voce a dieci seducenti frammenti dall'opera Danze locuste.

Alessandro Pintus, la ricerca del Tohoku Kabuki sardo
Terzo Festival Buto Trasform'azioni, Teatro Furio Camillo di Roma, 17 Aprile 2003


A guardarla con l'idea che tradizionalmente si ha del Butoh, la performance di Alessandro Pintus S'Ard, su ohi de s'accabadora, presentata al Furio Camillo nell'ambito della terza edizione della rassegna di danza Trasform'Azioni, sembrerebbe avere poco a che fare con la danza nata dalle intuizioni di Hijikata: niente bianco, niente epilazione, persino niente ieratiche lentezze. Eppure, questo lavoro, incentrato sulla figura tradizionale sarda dell'accabadora (una vecchia donna che veniva chiamata dalla famiglia di un moribondo per abbreviarne l'agonia), del Butoh conserva, intatto, lo spirito più profondo.

Alessandro, come sei arrivato all'idea di questa performance?
Durante la mia permanenza in Giappone ho avuto la possibilità di esaminare gli appunti di danza di Hijikata, annotazioni personali non destinate alla pubblicazione, custodite presso la Keyo University. Della sua ricerca mi ha incuriosito soprattutto una cosa, che lui chiamava il Tohoku Kabubi. Aveva deciso di recarsi al suo luogo d'origine, il Tohoku, una regione a Nord Est del Giappone, per ricercare un corpo originale, un corpo che affondasse le radici nella memoria di ciò che aveva vissuto durante l'infanzia e la giovinezza. Ad un certo punto della sua vita, Hijikata ha fatto come un passo indietro, andando a ricercare in un posto dove nessuno si sarebbe mai sognato di andare a fare una ricerca artistica. Ma quello che a lui interessava era l'essenza del suo corpo, non tanto la forma artistica in sé. C'è una frase interessante, che afferma che c'è un Tohoku anche in Inghilterra, vale a dire che esso si trova ovunque nel mondo. Allora mi sono chiesto se non poteva esserci un Tohoku Kabuki anche in Italia

Hai scelto la Sardegna perché hai origini sarde, o ci sono altre ragioni?

Io non sono cresciuto in Sardegna, è una realtà che ho vissuto solo di riflesso, attraverso i racconti dei nonni. Però questa distanza non ha tolto assolutamente nulla al mio desiderio di conoscere, perché poi quello che parla e che grida non è tanto il mio intelletto, ma è il mio Dna: non ho bisogno di esserci vissuto in quella terra, perché essa è già dentro di me. Credo, anzi, che la mancanza di esperienza diretta abbia creato quella distanza necessaria perché io potessi guardare meglio. Ciò che vado a recuperare non è quindi qualcosa che mi appartiene a livello razionale, teorico, ma è mio a livello di sangue, è un andare a cercare qualcosa che fa parte di me, che io non conosco ma di cui desidero ritrovare le tracce

Perché, tra i tanti possibili elementi della tradizione, hai scelto di mettere in scena la figura dell'accabadora?
Questa storia dell'accabadora mi ha profondamente colpito: è estremamente interessante che in Sardegna, terra continuamente etichettata come sottosviluppata, ci fosse in realtà un tipo di cultura che accettava l'eutanasia. Questa figura mi ha dato la possibilità di esprimere una mia convinzione, vale a dire la necessità di uccidere la vecchia immagine del butoh. Quella arrivata a noi era ormai una danza moribonda, che si "travestiva" da butoh; nessuno aveva il coraggio di farla crescere, di tradirla per far spazio al nuovo. Era necessario andare oltre l'aspettativa, oltre al movimento lento, al vestirsi in un certo modo, al pitturarsi di bianco, al depilarsi: l'essenza del butoh non è assolutamente in questa schematizzazione che si è andata cristallizzando nel tempo. Credo che il discorso reale sia nella coscienza diretta, in uno sconvolgimento totale della persona; altrimenti è sempre qualcosa di raffazzonato

Perché nella tua danza utilizzi l'immagine dello storpio?
Lo storpio è il reietto, l'escluso dalla società, quello con cui nessuno vuol ballare, e infatti balla da solo. E' il malato e, in quanto malato, il più vicino al mondo dei morti, e quindi con possibilità di comunicare con il mondo dell'aldilà; in questo senso è persona mistica, che vede ciò che gli altri non possono vedere. In molte tradizioni locali si dice anche che, se vuoi legare qualcuno a te, gli devi pestare il piede; a carnevale ci sono poi i mammuttones, la cui danza claudicante simboleggia il dio-capra (che è un dio storpio, zoppo), ovvero il tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti. E il carnevale è la festività per eccellenza, è il momento del passaggio tra una stagione e l'altra. Nella performance lo storpio viene colpito dall'accabadora, che scompare dalla scena quasi immediatamente; ma lui, nonostante sia finito, continua a danzare: è lì che ride della vita, che addita al pubblico, che prende in giro, che dice "siete ridicoli, come ero io ridicolo poco fa"

(Aurora Acciari)




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